04 maggio 2005

A me l'America non e' sembrata avere un aspetto degno da centro dell'universo. O nei momenti in cui m'e' sembrato ho pensato che era un peccato; perche' tutte quelle miglia di vegetazione amena mi sembravano di un continente destinato tutt'al piu' ai safari, che bello, alla proliferazione di specie animali e vegetali che sfuggono come fulmini alle categorie tassonomiche.
Gli U.S. mi risultano gia' ostili poco prima di varcare il confine, che sorpasso con un sospiro pesante cinquanta ore di veglia dopo aver perso tutti i miei sali minerali nella "sala degli interrogatori" dell'aeroporto. Nel mio cervello squagliato allora non esitano a venir fuori cose per cui posso rispondere solo con "ma allora era vero". Alla breve fila dei passaporti europei sento qualcosa di poco attendibile che potrebbe assomigliare alla sensazione del genitore di cui il figlio dispotico si vergogna, ma si sente obbligato ad ospitare e a riverire di quando in quando ("ti troverai bene vedrai, se fai quello che ti dico").
Ma dopo una notte di profondo sonno artificialmente indotto cedo ai suggerimenti delle palme e delle papaye ed improvvisamento so per certo che non si puo' sprecare piu' di un giorno in brutti pensieri nella terra delle meraviglie (a.k.a. California).
In una passeggiata fra le frasche di Berkeley scrivo una canzone che si chiama "i'm fond of Amoeba stores" ma me la dimentico insieme ad altri pensieri del momento che ora risentono della mancanza del contesto. Cio' che sopravvive, ossia la voglia di dormire fra le otto di mattina e le due del pomeriggio, sembra scemo quasi quanto la candida mancanza di ironia dei miei coetanei del pacifico nel parere del nostro insopportabile cinismo.

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